Corporate Social Innovation ai nastri di partenza

Le parole sono importanti, diceva qualcuno, e in tema di responsabilità sociale il concetto vale doppio. Non sarà sfuggito ai più attenti che ultimamente sta circolando un nuovo acronimo, vedremo se più o meno fortunato di Csr o Csv (Creating Shared Value). Ci riferiamo a Corporate Social Innovation, di cui si è iniziato a parlare già nell’ambito del Tavolo Imprenditorialità della prima Giornata Nazionale dell’Innovazione Sociale al Forum PA promossa da I- Sin (Rete Innovatori Sociali Italiani) e altri richiamando la necessità per l’impresa di fare innovazione sociale nelle proprie politiche di Csr. Tante le esperienze presentate. Dal sistema di poliambulatori e studi odontoiatrici di qualità a un costo accessibile di Welfare Italia, al progetto di Cgm e Renovo per l’inserimento di soggetti svantaggiati in centrali termoelettriche a biomasse a filiera corta. O ancora l’esperienza della Città dei Mestieri a Roma in uno spazio sequestrato anni fa alla banda della Magliana nata in seno ad Anima e promossa da Basf insieme alla cooperativa il Solco, Comune, Provincia e Regione con l’obiettivo di promuovere il reinserimento lavorativo e l’autoimprenditorialità degli over 50.

Insomma le risposte organizzative e culturali dell’innovazione sociale possono essere molte, ma è sul fronte dell’impresa che si gioca la partita più interessante verso nuovi modi solidali di fare mercato. Non è un caso che ancora di Corporate Social Innovation si sia accennato anche al Salone dal Dire al Fare o nel corso del workshop sull’integrazione strategica della Csr organizzato dal Csr Manager Network, l’associazione dei professionisti della responsabilità sociale promossa da Altis e Isvi.

Il punto è capire in che misura questo concetto può ispirare l’impresa a una nuova prospettiva in cui accogliere con più forza, e a partire da se stessa, l’impegno di contribuire ad affrontare le grandi sfide globali della società attraverso l’innovazione di prodotti, servizi, modelli di business e processi sociali.

Del resto non mancano incursioni promettenti del profit nel sociale, come ha dimostrato anche l’ultimo Premio Sodalitas. Forse, per cominciare, basterebbe anche solo una migliore capacità di lettura dei bisogni degli stakeholder e valutazioni più stringenti in termini di rating di impatto dei progetti. Un terreno di confronto particolarmente interessante potrebbe poi giocarsi intorno al welfare aziendale per l’intreccio che esprime tra bisogni delle proprie persone, scouting di risorse sul territorio e cittadinanza d’impresa. Quel che è certo è che un cambio di passo può aiutare a scongiurare il rischio che si mettano in campo iniziative di respiro corto o non più differenzianti. Potrebbe essere utile un Decalogo della Corporate Social Innovation e la condivisione delle (poche per ora) best practice, magari all’interno di un Osservatorio o di un evento annuale di discussione in cui imprese, non profit, operatori della professione e accademia possano confrontarsi per codificare competenze e sfide.

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