Food Waste, tanti modi per evitarlo

Coinvolgere il mondo accademico e della ricerca, l’industria, la distribuzione organizzata, l’associazionismo e il settore pubblico sul tema urgentissimo degli sprechi agroalimentari lungo tutta la filiera produttiva. Questo lo scopo del primo appuntamento ideato e realizzato da Otall sulla filiera produttiva.
Più di 100 persone hanno partecipato riempiendo la Sala degli Affreschi di Palazzo Isimbardi alla Provincia di Milano. Il punto di partenza della riflessione sono i numeri che, inesorabilmente, illustrano e prevedono il fabbisogno alimentare nel mondo: nel 2050 la popolazione toccherà i 9 miliardi e, stando alle stime dell’Ocse, i consumi alimentari saranno 15 volte superiori rispetto a quelli attuali. Perciò bisogna ripensare totalmente tutta la filiera produttiva, le priorità e le abitudini di consumo.
Tante e diverse le soluzioni proposte.

Nella filiera avicunicola – per fare un solo esempio – il 50% della produzione rappresenta lo scarto e la maggior parte è incenerito impattando sull’ambiente e provocando la perdita di sottoprodotti da riutilizzare. Grazie al progetto Prospare “PROgress in Saving Proteins And Recovering Energy”, condotto per la Ue e coordinato dall’Università di Parma, è stata sviluppata una biotecnologia capace di ottenere cibo di alta qualità dalle carcasse di pollo. L’idrolizzato proteico che ne deriva, infatti, è sicuro e contiene alti valori nutritivi; può essere utilizzato sia nella mangimistica sia per il consumo umano.

D’impatto diverso i Sistemi Agroalimentari Locali (Sal) che, per loro natura, coinvolgono tutti i soggetti di una comunità interessati al cibo. Di rilevanza politica e in crescita a livello europeo, i Sal sono pensati per trattenere la maggior parte del valore aggiunto nel territorio e sviluppare localmente le potenzialità economiche, occupazionali, sociali, culturali e ambientali. I Sal hanno dei punti di attenzione molto interessanti, come l’analisi del life cycle assessment dei prodotti locali, l’individuazione dei punti in cui il rischio di produrre scarti è maggiore e la possibilità di mettere sotto controllo questi critical waste point.

Secondo un rapporto della Fao del settembre 2013, le perdite di cibo corrispondono nel mondo a 1,3 miliardi di tonnellate-anno, cioè circa un terzo della produzione di cibo. In Italia la cifra sarebbe di 6,6 milioni di tonnellate-anno. Lo spreco di cibo dei Paesi ricchi sia quasi il doppio di quello dei Paesi poveri, ma soprattutto che nei primi oltre un terzo del cibo è sprecato a livello del consumatore, quando alle spese della produzione primaria si sono aggiunte le spese e i consumi di risorse relative alla trasformazione e alla distribuzione commerciale. Per non parlare delle due facce della stessa medaglia: su circa 7 miliardi di persone, circa 1.1 miliardi soffrono di malnutrizione e sottonutrizione e circa 1,3 miliardi sono obese o in sovrappeso, con tutte le patologie e i costi sociali che ne conseguono.
Il futuro alimentare del mondo si trova in Africa, ed è lì che bisogna andare secondo Peri. I tecnologi alimentari italiani devono essere l’avanguardia, emigrando in quelle terre del sud del mondo che nel giro di pochi anni avranno uno sviluppo nella produzione agroalimentare “che cambierà i connotati dell’economia mondiale”.
C’è tanto da fare a livello di tecnologie per abbattere gli sprechi, intervenendo nella logistica, la catena del freddo, il packaging. Perciò Peri sottolinea quello che a livello individuale, collettivo, politico, economico si può fare per ridurre gli sprechi e nutrire finalmente il pianeta, invitando i professionisti come i tecnologi alimentari a farsi promotori dell’esportazione della tecnologia italiana nei paesi in via di sviluppo.

Francesco Mele, responsabile Slow Food Italia Programma Lotta agli Sprechi, ha portato l’attenzione su un “sistema alimentare industriale che funziona per distribuire cibo e creare profitto, ma solo grazie al fatto che lungo la filiera si verifichino grandi quantità di sprechi alimentari. Questo sistema trasforma il cibo in merce e gli dà valore solo attraverso il prezzo, senza considerare che il cibo a basso prezzo ha costi sociali e ambientali elevatissimi.” A causa di ciò, le varie definizioni di food waste hanno tenuto in considerazione, fino a oggi, solo criteri quantitativi che non aiutano a comprendere in pieno la realtà: è necessario completarla con elementi di tipo qualitativo e valoriale. “Slow Food può contribuire a integrare la definizione di spreco partendo da uno dei suoi principi fondanti: la produzione di cibo e il cibo stesso – ha sottolineato Mele non possono essere assimilati al concetto di merce o commodity. Lo spreco alimentare non potrà essere combattuto in modo radicale fino a quando al cibo e alla sua produzione non sarà riconosciuto il valore di bene comune”.

«In 20 anni, abbiamo diminuito di oltre il 25% il ricorso alle risorse per ottenere gli stessi prodotti di alta qualità – ha commentato Massimo Fileni, direttore incubatoio, mangimificio e nuovi progetti del Gruppo Fileni –. Oggi i prodotti Fileni consumano meno materie prime, energia, acqua di quanto non ne consumassero solo due decenni fa e questo grazie al fatto che l’azienda ha svolto per primo un’accurata Lca analysis per studiare l’impatto della sua attività su carbonio, acqua e terra.

“Anche il mondo della ristorazione collettiva ha una grande rilevanza a livello europeo, producendo un giro d’affari annuo di 77 miliardi di euro, e una importante quantità di rifiuti: dai 250 g a pasto nelle mense scolastiche, ai 630 g della ristorazione ospedaliera, per un totale di 5.5 milioni di t di rifiuti l’anno lungo tutta la filiera – commenta Andrea Ivaldi, senior consultant di Risteco, consorzio no profit che lega Italia e Francia con lo scopo di analizzare a livello mondiale la filiera della ristorazione collettiva per trovare modelli maggiormente sostenibili –. Risteco è approdata in Cina, Stati Uniti, Francia, Olanda, Belgio proprio per analizzare questi rifiuti e acquisire le informazioni necessarie a ottimizzare e migliorare l’approvvigionamento delle materie prime, la logistica, la trasformazione e il gradimento del pasto.

«La prossima esposizione universale sta dando i primi fruttuosi risultati – ha commentato Claudia Sorlini, presidente e coordinatrice comitato scientifico per Expo e professore del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche dell’Università degli Studi di Milano –: obbligare tutti noi a parlare di questi temi e, soprattutto, a rivedere significato e valore del termine cibo. Il tema di Expo 2015 è epocale perché contiene l’accettazione della sfida che deriva dalla grande domanda: come è possibile rendere disponibile a tutta l’umanità un cibo sicuro e di qualità? Per dare risposte, è necessario rivedere tutta quanta la filiera, perché si stanno consumando inesorabilmente tutte le risorse naturali; c’è bisogno di una nuova agricoltura nel rispetto delle biodiversità, di nuove energie, di una nuova industria. Gli obiettivi posti dalle grandi agenzie internazionali come l’Onu al riguardo della fame nel mondo sono lontane dall’essere raggiunti.

“Food Waste, da sperpero a ricchezza” ha goduto dei patrocini di Comune di Milano, Provincia di Milano, Regione Lombardia, Comitato Scientifico Expo 2015, Slow Food Italia, Eating City, e della collaborazione di Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, Banco Alimentare, Ufficio d’informazione a Milano del Parlamento Europeo, Istituto Alberghiero Carlo Porta.

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