Categoria: Comunicazione

Se la ‘colletta’ diventa globale

È il fenomeno social più popolare del momento. Tanto che, lo scorso aprile, persino il settimanale per ragazzi Topolino è arrivato a dedicargli un intero episodio. Stiamo parlando del ‘crowdfunding’, forma di finanziamento dal basso attraverso l’accumulo di versamenti su piattaforme internet dedicate. Una ‘colletta’ che ha assunto le dimensioni di un business globale, visto che nel 2012 si parlava di 2,7 miliardi di dollari raccolti attraverso oltre 800 piattaforme per finanziare più di 470 mila progetti (fonte: Stochkolm School of economics). La stima parla di 5,1 miliardi di dollari per l’anno in corso. I progetti finanziati sono tra i più vari, ma un posto d’onore è occupato da cause socio-ambientali, opere di solidarietà, innovazioni green, iniziative sostenibili e di pubblica utilità.

In realtà forme partecipative di finanziamento dal basso sono sempre esistite. A dare slancio, in tempi recenti, a questa modalità di raccolta fondi è stato il web: internet ha infatti reso possibile sia i pagamenti in forma telematica sia la nascita di comunità virtuali per diffondere in modo virale le idee meritevoli.

A ottobre 2013, secondo un’indagine dell’Italian crowdfunding network, persino l’Italia – Paese tradizionalmente piagato dal ‘digital divide’ – conta 27 piattaforme di crowdfunding attive e 14 in fase di lancio, per la maggior parte operative solo sul mercato nazionale. Dal 2005, anno di nascita della prima piattaforma italiana, ‘Produzioni dal basso’, sono stati pubblicati 14.612 progetti sui 52.074 presentati.

Ma dietro alla parola ‘crowdfunding’ stanno in realtà almeno modelli anche molto diversi tra loro. Quello più interessante per il mondo del non profit, è il modello donation-based, che offre la possibilità di sostenere un progetto solidale contribuendo con piccole quote a fondo perduto. «In questo caso, gioca un ruolo fondamentale la capacità dell’associazione di presentare il progetto in modo interessante – spiega Ivana Pais, sociologa economica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e fondatrice dell’Italian crowdfunding network – e di coinvolgere il maggior numero di utenti attraverso il passaparola digitale. L’elemento innovativo, infatti, consiste soprattutto nelle possibilità offerte da internet di allargare la propria cerchia di contatti».

Come raggiungere il maggior numero possibile di donatori o finanziatori? Può essere utile innanzitutto capire il profilo dei potenziali finanziatori e quali motivazioni li spingono a devolvere cifre più o meno alte a un progetto conosciuto sul web. La sociologia economica ha già dato il via ai lavori di ricerca, concentrandosi su una particolare figura: il personal fundraiser. Un comune cittadino che, pur non lavorando per la onlus, si attiva con particolare entusiasmo nella raccolta fondi online per contribuire in maniera efficace al successo del progetto di crowdfunding, coinvolgendo e stimolando altri utenti a donare. «Dalla nostra ricerca è emerso che esistono molti personal fundraiser che raccolgono anche cifre ragguardevoli, girandole completamente alle onlus – spiega Paola Peretti, fondatrice della onlus CrazyforDigital Marketing e coautrice della ricerca insieme a Ivana Pais, intervenute al convegno “Crowdfunding: nuove opportunità per crescere in Italia e nel mondo” nell’ambito del Salone della Csr e dell’innovazione sociale –. Le onlus dovrebbero individuarli, comprenderne a fondo le motivazioni e farne degli alleati preziosi ogniqualvolta intendono dare il via a un progetto di crowdfunding».

Anche in questo caso, la comunicazione svolge un ruolo fondamentale: se la onlus riesce a trasmettere con efficacia l’importanza del proprio progetto, è più facile catalizzi l’attenzione di un personal fundraiser che la aiuti a raggiungere più rapidamente l’obiettivo.

Heineken, se bere responsabilmente fa tendenza

Rendere aspirazionale il consumo responsabile di alcol. È questo l’obiettivo del nuovo commercial di Heineken. Il video ha infatti per protagonista un modello positivo, un giovane che – fatto inedito in una pubblicità – a un certo punto della serata in discoteca rifiuta una bottiglia di Heineken preferendo bere acqua. Un comportamento, quello del bere responsabilmente, che viene presentato in un’ottica costruttiva, secondo la quale non eccedere permette di divertirsi appieno. Vogliamo proporre questo nuovo soggetto nella programmazione televisiva 2014, destinando a questa campagna il 10% del budget pubblicitario per il marchio Heineken – spiega Edwin Botterman, amministratore delegato di Heineken Italia a margine del primo colloquio con gli stakeholder Heineken Incontra per presentare il Sustainability Report 2012 –. Siamo soddisfatti del lavoro che l’agenzia italiana Publicis ha portato avanti per coniugare l’immagine di entertainment propria del nostro brand con un messaggio di responsabilità sociale.

L’enfasi sul tema del bere responsabile è confermata da molte iniziative realizzate nel 2012 dalla filiale italiana.

In questa video intervista, Edwin Botterman commenta la scelta del nuovo soggetto pubblicitario di Heineken Italia.

Ferrero e Unilever dicono no alla deforestazione

Ferrero, prima azienda agroalimentare italiana, ha annunciato questa settimana insieme a Unilever ulteriori impegni per dire no alla deforestazione nelle proprie filiere dell’olio di palma. Un modello da seguire per le altre aziende del settore, che ancora non possono garantire che l’olio di palma utilizzato nei propri prodotti non sia responsabile della distruzione delle foreste in Indonesia.
Greenpeace ha recentemente documentato con il rapporto “Licenza di Uccidere” gli incendi nelle torbiere e altri fenomeni di deforestazione all’interno delle concessioni di diversi fornitori
della multinazionale Wilmar International, provocati per far spazio a piantagioni di palma da olio. Tra i clienti della multinazionale aziende come Procter Gamble, Mondelēz e Colgate Palmolive.

Food Waste, tanti modi per evitarlo

Coinvolgere il mondo accademico e della ricerca, l’industria, la distribuzione organizzata, l’associazionismo e il settore pubblico sul tema urgentissimo degli sprechi agroalimentari lungo tutta la filiera produttiva. Questo lo scopo del primo appuntamento ideato e realizzato da Otall sulla filiera produttiva.
Più di 100 persone hanno partecipato riempiendo la Sala degli Affreschi di Palazzo Isimbardi alla Provincia di Milano. Il punto di partenza della riflessione sono i numeri che, inesorabilmente, illustrano e prevedono il fabbisogno alimentare nel mondo: nel 2050 la popolazione toccherà i 9 miliardi e, stando alle stime dell’Ocse, i consumi alimentari saranno 15 volte superiori rispetto a quelli attuali. Perciò bisogna ripensare totalmente tutta la filiera produttiva, le priorità e le abitudini di consumo.
Tante e diverse le soluzioni proposte.

Nella filiera avicunicola – per fare un solo esempio – il 50% della produzione rappresenta lo scarto e la maggior parte è incenerito impattando sull’ambiente e provocando la perdita di sottoprodotti da riutilizzare. Grazie al progetto Prospare “PROgress in Saving Proteins And Recovering Energy”, condotto per la Ue e coordinato dall’Università di Parma, è stata sviluppata una biotecnologia capace di ottenere cibo di alta qualità dalle carcasse di pollo. L’idrolizzato proteico che ne deriva, infatti, è sicuro e contiene alti valori nutritivi; può essere utilizzato sia nella mangimistica sia per il consumo umano.

D’impatto diverso i Sistemi Agroalimentari Locali (Sal) che, per loro natura, coinvolgono tutti i soggetti di una comunità interessati al cibo. Di rilevanza politica e in crescita a livello europeo, i Sal sono pensati per trattenere la maggior parte del valore aggiunto nel territorio e sviluppare localmente le potenzialità economiche, occupazionali, sociali, culturali e ambientali. I Sal hanno dei punti di attenzione molto interessanti, come l’analisi del life cycle assessment dei prodotti locali, l’individuazione dei punti in cui il rischio di produrre scarti è maggiore e la possibilità di mettere sotto controllo questi critical waste point.

Rcs Nest, nuovo modello di incubazione digitale

Un progetto di accelerazione di nuove start up nel mondo dei new media e del marketing online. è il progetto lanciato dal Gruppo Rcs e consolidato grazie al venture incubator di startup innovative Digital Magics.
Il Gruppo Rcs, in accordo con le linee direttrici del piano per lo sviluppo, e l’incubatore Digital Magics puntano sempre più sulle opportunità del business digitale e danno vita a Rcs Nest: un luogo di scambio di idee e competenze, e una preziosa occasione per lo sviluppo e la crescita di iniziative nuove e dinamiche, che vogliano affermarsi nel panorama dei new media e del marketing online.
Rcs Nest si pone l’obiettivo di mettere in contatto diverse realtà digitali in un sistema di network all’avanguardia e integrato: grazie all’autorevolezza di Rcs e all’esperienza di Digital Magics, i giovani talenti e creativi italiani avranno l’opportunità di trasformare le proprie idee originali e innovative in business di successo, offrendo contenuti e servizi ad alto valore tecnologico. Il nuovo modello di incubazione digitale punterà su progetti legati alleditoria declinata in diversi ambiti come lo sport, le news, i servizi e la mobilità.
Il nuovo incubatore avrà come scopo la selezione, il supporto e la nascita di attività imprenditoriali, fra le 15 e le 20 entro il 2015 , alle quali il Gruppo Rcs e Digital Magics forniranno mezzi e servizi strategici, logistici, tecnologici e di marketing, insieme a un valido supporto in campo di business management.