Anche la bellezza ha il marchio Igp

Anche la crema viso e il bagno schiuma possono essere Igp, esattamente come un olio.
Anzi, è proprio dall’olio, e in particolare con l’olio extravergine di oliva toscano Igp biologico, che si produce la prima linea cosmetica al mondo realizzata con un principio attivo Igp. Si chiama Prima Spremitura, è stata realizzata dalla società di cosmetica Idea Toscana, ed è la sola gamma non food – che comprende prodotti per la cura del viso e del corpo – ad aver avuto dal ministero delle Politiche Agricole il marchio Igp, riservato finora agli alimenti. Questo primato esclusivo si deve al fatto che l’ingrediente unico che compone i cosmetici è proprio il prezioso olio toscano.
Per tale ragione si configura anche come un prodotto che rispetta lambiente, il territorio e la salute delle persone: perché la materia prima è prodotta attenendosi al rigido disciplinare del Consorzio di tutela, partner attivo del progetto, che permette di preservare tutte le proprietà benefiche dellOlio toscano Igp e il suo valore salutistico, nonché impone le procedure indispensabili per salvaguardare le aree di coltivazione e i processi di lavorazione.

La Csr approda in Cina: alcune best practice

In tutto il mercato asiatico, e in particolare in Cina, si inizia ad affermare lo studio, l’assimilazione e l’adozione dei concetti di sostenibilità.
Qui il contesto politico fa sì che non solo aziende, ma lo Stato stesso assuma un ruolo particolarmente attivo nella promozione delle politiche di Csr. Volendo contribuire alla costituzione di un ambiente istituzionale propenso all’innovazione, con una piena integrazione tra le macro strategie aziendali e politiche il governo cinese ha specificatamente introdotto, nell’11° piano quinquennale, la responsabilità sociale nelle strategie di sviluppo del Paese. In aggiunta, vi sono altre iniziative locali quali l’introduzione dello standard Csc 9000T da parte della Confederazione Cinese delle Industrie Tessili, nonché la proposta dell’amministrazione statale di convertire lo standard Iso 26000 in standard nazionale.
La crescente attenzione al tema e la piena consapevolezza dei positivi ritorni economici, ha attratto l’interesse non solo del mondo industriale cinese, della popolazione civile e dei mass media, ma anche degli investitori. È stato così creato il primo Fondo di Investimento dedicato alla responsabilità sociale nel 2008, seguito da altri tre nel 2011.

Casi aziendali di rilievo
Le strategie aziendali cinesi si stanno muovendo su quattro fronti: crescita endogena, risparmio energetico, rispetto ambientale e miglioramento delle condizioni di lavoro con progetti mirati di assistenza.
A fronte di tali finalità, a titolo esemplificativo, si riportano alcune best practice locali presentate in occasione del workshop dedicato “Csr in different countries: a focus on China”, organizzato dal CSR Manager Network:

Bolzano: qui gli affari sono green

Una business location d’eccellenza: Bolzano è risultata al primo posto per capacità di erogare credito (secondo il rapporto Confartigianato) oltre che per la qualità della vita (in base alla classifica del Sole 24 Ore).
Elementi di attrazione importanti per imprenditori e responsabili d’azienda che in questo territorio dal 1983 a oggi hanno già ricevuto finanziamenti pari a 500 milioni di euro.
Nello specifico, l’analisi firmata Confartigianato mette in luce come in un’Italia al primo posto per i più alti tassi d’interesse sui finanziamenti registrati nell’area Euro a 17 la migliore performance su questo fronte si registra a Bolzano con una media del 3,91 per cento. E sempre Confartigianato, che ha misurato i maggiori costi delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche che complessivamente ammontano a 10,7 miliardi di euro (con punte di 3,7 miliardi per le imprese del Lazio e di 1,8 miliardi per le aziende della Lombardia) dimostra come in Trentino Alto Adige invece, le imprese pagano 23,3 milioni in meno rispetto alle aziende tedesche.

La solidarietà entra nella rete

La solidarietà ha una nuova identità: quella del 2.0. Grazie a un gruppo di giovani torinesi capitanati dallattore Luca Argentero, è nata la prima onlus che si muove interamente sul web. Niente sede, niente uffici, solo il web e i social network per farsi conoscere e moltiplicare la solidarietà. 1caffe.org può essere definita un amplificatore delle realtà non profit: ogni giorno identifica una piccola onlus italiana alla quale chi lo desidera può donare 1 euro…il prezzo di un caffè! Generalmente si tratta di piccole associazioni non profit che non hanno il fiato per gridare al mondo la loro esistenza e che hanno però bisogno di essere aiutate per portare avanti le loro piccole grandi battaglie.
Il periodo di raccolta caffè è di una sola giornata, per poter dare l’opportunità a molti progetti di essere promossi nell’arco dell’anno. Vengono però forniti ai visitatori i contatti di tutte le associazioni presentate in modo che chi è rimasto colpito dall’iniziativa possa seguirla in totale autonomia e informarsi direttamente.
Iscrivendosi gratuitamente al sistema di pagamento Bemoov, che associa la propria carta di credito o prepagata al numero di cellulare, è possibile con un sms effettuare la donazione in totale sicurezza e trasparenza. L’iscrizione è gratuita, dura circa 10 minuti e soprattutto è necessario farla soltanto la prima volta per poter donare con l’sms, alle diverse associazioni in giorni diversi, utilizzando sempre uno stesso numero.
Un modo veloce e interattivo capace di coinvolgere la gente perché è pensato per la gente. E sono tanti già oggi gli amici e i volontari che si mettono quotidianamente in gioco perché a offrire un caffè siano sempre di più.

Peroni, la birra che risparmia acqua

Birra Peroni rilancia i suoi dati sulla sostenibilità. E lo fa in occasione di Apertamente 2012, Il gusto fa scuola l’iniziativa promossa da Federalimentare in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Ecco i numeri: una riduzione del 7,4% del consumo idrico durante il processo di produzione; il 97% dei rifiuti riciclati o riutilizzati; l’8% del fabbisogno interno di energia termica soddisfatto attraverso la produzione interna di biogas; la promozione di un consumo responsabile dei propri prodotti e l’attenzione costante alle comunità in cui opera. Ecco le azioni che Birra Peroni persegue nell’ambito delle dieci priorità che è si data nella propria attività, riportate in dettaglio nel Rapporto di Sostenibilità 2011-2012, Per Noi che crediamo nell’Italia.

Più credito all’economia sana

Venti suggerimenti. Venti mosse per trasformare il credito verso le aziende green da fenomeno embrionale a vero fattore di sviluppo per l’economia italiana. Questo doppio decalogo è stato presentato a Milano durante l’ottava assemblea programmatica in vista degli Stati generali dell’economia green che si sono svolti a Rimini, nell’ambito di Ecomondo da un gruppo di lavoro presieduto da Marco Frey, direttore dell’Istituto di management della scuola superiore Sant’Anna di Pisa, oltre che direttore di ricerca dello Iefe/Bocconi.
In Italia esiste un numero significativo di istituti di credito che hanno finanziato in misura privilegiata alcuni comparti della green economy: l’Osservatorio rinnovabili dell’Abi ha calcolato che, nel periodo 2007-2011, le banche hanno assunto impegni di finanziamento nel comparto delle rinnovabili per oltre 20 miliardi di euro. Ma – sembra suggerire il gruppo di lavoro – occorre uscire dalla logica degli incentivi alle rinnovabili per includere nelle politiche di credito alle imprese tutte le azioni orientate alla sostenibilità ambientale.
Sono tre i gruppi di azioni che dovrebbero essere intraprese. Il primo riguarda la comunicazione istituzionale: occorre trasmettere a investitori e mercati i vantaggi dell’economia green, sottolineando come rappresenti un modo per uscire dalla crisi. In quest’ambito è fondamentale elaborare nuovi parametri per misurare il ritorno sugli investimenti.
Nel secondo gruppo rientrano varie azioni di carattere fiscale che dovrebbero orientare le scelte di investimento in direzione green: un quadro di incentivi/disincentivi fondati sul principio ‘chi inquina paga’ e, di riflesso, una premialità fiscale per le iniziative a basso impatto ambientale. In generale, la strada da imboccare consiste nello spostamento del carico fiscale da lavoro e investimenti al consumo di risorse.

Sostenibilità formato Barilla

Non è così scontato, in questa infelice congiuntura economica, che le imprese abbiano voglia di tagliare nastri per avviare nuove attività. E, ammesso che lo facciano, è ancora meno scontato che il nastro decidano di tagliarlo proprio nel nostro Paese, dove fare impresa è notoriamente più complicato e costoso che in decine di altre location. E invece. Qualcuno ci crede ancora. E addirittura rilancia: a certe condizioni, investire in Italia può rivelarsi un buon affare. Una provocazione? Può darsi, ma chi la lancia ci crede a tal punto da averci investito sopra 40 milioni di euro. Non a caso l’investimento fatto da Barilla nel nuovo stabilimento di sughi, a Rubbiano di Solignano (Pr), si è giustamente meritato le prime pagine dei giornali e l’intervento di Mario Monti nella giornata inaugurale. In molti, commentando l’evento, hanno notato con implicito sollievo che se un colosso come Barilla ci sceglie ancora, non tutto è perduto. Ma per i paladini della green economy, fermamente convinti che ci sia un forte legame tra politiche di sostenibilità e profittabilità d’impresa, Rubbiano è anche qualcosa di più. È una sorta di quadratura del cerchio, che coniuga perfettamente la vocazione di un’impresa sostenibile a valorizzare il territorio in cui opera con i maggiori ritorni che, nel lungo periodo, questa scelta può portare con sé. A confermarcelo è proprio Guido Barilla, presidente del gruppo che porta il suo nome, raggiunto negli uffici di Parma da Maria Cristina Alfieri, direttore editoriale di Gruppo Food per unintervista pubblicata sul numero di novembre di GreenBusiness. «Investire sul territorio può essere una scelta vincente anche dal punto di vista dei risultati – rimarca Barilla –. Non è affatto vero che tutti gli stabilimenti, se gestiti in un certo modo, possono avere le stesse performance. Il posto fa la differenza e, nel lungo termine, certi siti danno ritorni più interessanti».
Siete rimasti a Rubbiano per questo?
Siamo rimasti a Rubbiano perché per noi è un sito strategico. Da metà degli anni Sessanta abbiamo lì uno stabilimento, che fa prodotti da forno ed è gestito da un gruppo di dipendenti estremamente motivato e con una cultura industriale molto significativa. La scelta è ricaduta su quell’area sia perché è consona alla nostra attività produttiva, sia perché la qualità della gente che ci lavora è molto alta.
Fa piacere che il capitale umano abbia ancora un peso così importante…
Lo ha il capitale umano, così come lo ha il legame con la filiera. Le salse di pomodoro che noi produciamo sono prodotti molto delicati, che hanno bisogno di materie prime particolarmente raffinate: un maggior controllo delle filiere sul territorio ci dà, su questo fronte, maggiori garanzie di qualità. Noi utilizziamo il pomodoro che viene in gran parte dall’Emilia Romagna, così come vengono dai territori circostanti alcuni altri componenti, come il basilico, che sono essenziali per la ricettazione delle nostre referenze.
Mi sta dicendo che state lavorando per una forte integrazione tra la vostra realtà industriale e il mondo agricolo?
Credo che, specialmente in questi periodi di difficoltà, una delle scelte che gli operatori economici di diversa natura – siano essi agricoltori, industriali, distributori o banchieri – dovrebbero fare è proprio quella di abbandonare la rigidità delle loro posizioni, per passare da una logica di conflittualità a una di collaborazione.
È un passaggio epocale…
Lo è certamente, però è necessario. O comprendiamo che per gestire in modo più efficiente e con costi minori le filiere dobbiamo accordarci invece che confliggere o la strada sarà estremamente più difficile e complicata per tutti, quindi non solo per le imprese di varia natura, ma anche per i consumatori finali perché, se non riusciremo ad attivare importanti sinergie cooperative, i costi dei prodotti finiranno per essere più alti.
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Parlando di bene comune, molti produttori lamentano il fatto che, in sede di trattativa economica, la sostenibilità sociale e ambientale delle imprese conti ancora molto poco, agli occhi dei retailer, rispetto a prezzi e sconti. È così?
Per il momento l’attenzione della distribuzione, in Italia come all’estero, è molto concentrata sulle condizioni economiche. È chiaro che i retailer sono accorti nella valutazione dei prodotti, ma la visione è sempre quella che assegna un peso preponderante al traffico, al peso dello scontrino, alla velocità di rotazione: non è perché si è bravi e virtuosi che vengono spinte le proprie referenze. Anche qui bisognerebbe fare un passo avanti, perché i risultati di una politica che si concentra solo su pricing e promozioni sono sotto gli occhi di tutti. Come dicevo prima, la chiave di volta è il passaggio dal conflitto alla partnership, per spingerci verso nuove frontiere che creino valore per tutti.

Nasce lMba in sustainability management

Le imprese del futuro dovranno contare sulle competenze di manager in grado di integrare la responsabilità ambientale e sociale nelle strategie. In prospettiva assumerà un ruolo chiave la figura del Csr manager, per il quale sarà necessaria una formazione specifica. A questo scopo è nata, unica nel suo genere, la Sustainability management school (Sumas) a Glend in Svizzera (nella foto, uno scorcio della sede), dove dall’anno accademico 2013-2014 partiranno il corso di laurea e l’Mba in Sustainability management. Sumas si configura come una scuola d’élite (i costi si aggirano sui 32 mila euro l’anno per il corso di laurea), destinata a fare da apripista verso un nuovo paradigma formativo. La caratteristica distintiva del programma di formazione è che per ogni materia è previsto un modulo relativo alla sostenibilità, per esempio nell’area finanza c’è un ampio capitolo relativo agli investimenti responsabili, così come nella disciplina delle risorse umane non si prescinde da un riferimento alla diversity.

Nuovo sustainability report per Heineken Italia

Ben 296 tonnellate di CO2 e 1,8 milioni di ettolitri di acqua risparmiati e un calo del 70% degli infortuni sul lavoro sono tra i risultati raggiunti in Italia dal piano di sostenibilità internazionale Brewing a better future, con cui Heineken si pone l’obiettivo di diventare, entro il 2020, il produttore di birra più green al mondo.
Tra i dati del Sustainability Report 2011, relativo alle iniziative e agli interventi messi in pratica da Heineken a livello italiano per migliorare il proprio impatto sull’ambiente, i dipendenti e la comunità, emerge la riduzione dei consumi di energia totale (termica ed elettrica) dai 155,5 MJ/hl del 2010 a 151,7 MJ/hl. Si tratta di un valore molto al di sotto della media globale di Heineken (158,8 MJ/hl), che evidenzia l’impegno con cui il management di Heineken Italia sta ripensando i processi produttivi in un’ottica di efficienza energetica.

Rating di legalità: un passo avanti?

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha adottato il regolamento per la concessione del rating di legalità, così come previsto dal decreto sulle liberalizzazioni. Stiamo assistendo alla posa di una pietra fondamentale per la costruzione di un sistema economico più responsabile? A questa domanda risponderanno il corso degli eventi e, soprattutto, il decreto del ministero dell’Economia, che darà indicazioni alle banche su come considerare questo strumento nella valutazione del merito creditizio. Per il momento, concentriamoci sugli aspetti di responsabilità sociale affrontati nel documento. A giudicare da quello che oggi è ufficiale, il supporto fornito dal regolamento alla diffusione di pratiche di responsabilità sociale, non sembra particolarmente rilevante. Rispetto alla bozza agostana del regolamento, infatti, tutti i dubbi riguardanti l’aleatorietà con la quale vengono affrontati i temi di Csr e l’autoreferenzialità del processo permangono.
Parlando di responsabilità sociale, al di là dello scarsissimo peso riservatole nella valutazione complessiva (la Csr è uno dei titoli di merito facoltativi), la confusione regna sovrana: l’Agcm mantiene la fumosa dizione della bozza originaria in cui “ladesione a programmi promossi da organizzazioni nazionali o internazionali” – valida ancorché generica istanza – è equiparata all’“acquisizione di indici di sostenibilità”, una dicitura del tutto incomprensibile.
Sarebbe bastato poco per citare o rimandare alle recenti comunicazioni della Commissione Europea sul tema (COM(2001) 366, COM(2011) 681). Dispiegando maggiormente l’ambito d’azione della Csr, si sarebbe potuto parlare di politiche, sistemi di gestione e verifica dei risultati, in grado di abbracciare tutti i portatori di interesse dell’azienda, così come indicato anche dallo linee guida Iso 26000: dipendenti, consumatori, fornitori, generazioni future (ambiente), azionisti e comunità locali. Alla luce di questo punto di vista più strutturato, a maggior ragione il peso assolutamente residuale assegnato alla Csr nella valutazione del rating appare inadeguato.